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mercoledì 13 marzo 2019

MESSAGGI IN BOTTIGLIA : Cuore

Il libro Cuore è stato uno dei primi libri recensiti agli albori nel mio blog, in occasione, tra l'altro, dei 150 anni dell'Unità d'Italia (era il marzo 2011, qui la recensione). Un libro, come scrissi anche all'epoca, su cui molti storcono il naso, bollandolo come melenso, retorico, atrocemente distante dal mondo attuale; eppure, scrissi all'epoca e ribadisco ora, ritengo che invece sia portatore di valori e spunti interessantissimi anche per noi, uomini del nuovo millennio.


Anzi, mai come adesso, in epoca di rigurgiti razzisti, di diffidenza verso lo straniero, di divisione, è importante cercare di fermarci a riflettere su cosa significhi "altro", "diverso", "straniero". Ed in questo, mi spiace dirlo per tutti i suoi detrattori, ma lo stucchevole e vecchio libro Cuore, divenuto per antonomasia sinonimo di sentimenti forzatamente mielosi, ha ancora tanto da dire.
Come sempre, nella mia (saltuaria, ahimè) rubrica sui Messaggi in Bottiglia, ovvero su quei classici da riscoprire, mi piace iniziare con la foto dell'autore; ed anche stavolta, dunque, cominciamo da qui. Da Edmondo De Amicis, scrittore e giornalista italiano:

immagine tratta da Wikipedia

Rimando come sempre a Wikipedia per chi volesse approfondire i dettagli biografici; a noi basta sapere che il 17 ottobre del 1886 venne dato alle stampe un libro per ragazzi che doveva avere - nelle intenzioni dell'autore - intenti educativi e pedagogici; e anche ad una lettura superficiale è evidente che Cuore, nella sua retorica romantico-risorgimentale, mira a trasmettere in maniera piuttosto scoperta quelli che erano stati gli ideali alla base delle guerre d'indipendenza e dell'unificazione dell'Italia sotto un unica bandiera. Ideali prettamente laici, dipinti attraverso una serie di racconti edificanti, aventi come protagonisti giovanissimi ragazzi che, chi un un modo chi in un'altro, spesso sacrificando la loro stessa vita avevano combattuto con coraggio e lealtà; racconti che un solerte maestro, assegnato ad una nuova classe, una terza elementare di Torino, somministra regolarmente ai propri alunni allo scopo di instillare loro l'amor patrio, o di rinfocolarne la fiamma.
Cosa ci sarebbe, dunque, di così attuale in un libro concepito e pubblicato per indottrinare giovanissimi italiani ai valori della patria e del coraggio?
Letto in quest'ottica, certamente, nulla. Eppure a mio parere Cuore non è semplicemente questo. Accantonato per un attimo l'intento dell'autore, concentriamoci su ciò che a questi racconti fa da cornice; sul telaio nel quale questi racconti si incastrano, narrati dalla voce paziente del maestro. Allarghiamo l'inquadratura, per un attimo, e focalizziamoci su ciò che vediamo attorno. Sui banchi di legno, sui giovani studenti che lo ascoltano affascinati, su una Torino ingenua e povera, coi ragazzini che giocano correndo scalzi tra le pozzanghere. Ecco, la chiave di lettura "moderna" che io trovo nel libro Cuore è esattamente questa. Nel riscoprire la meraviglia, l'entusiasmo, la straordinaria voglia di fare che solo una città riemersa a fatica da anni di guerra può avere. Cose che per noi, uomini del Duemila, sono tanto scontate da annoiarci.
Ma soprattutto, sulle difficoltà incontrate dalla neonata Italia nel cercare di amalgamare nel suo seno quelli che erano stati, per secoli, popoli tutto sommato differenti, seppure con un denominatore comune che li aveva spinti ad unirsi sotto un solo tricolore. Gente diversa, con dialetti diversi, usanze diversi, mondi che - nell'epoca dei lunghi spostamenti in carrozza lungo strade talvolta dissestate - spesso erano stati isolati nelle loro piccole galassie di rocce e nebbie e pesanti nevicate invernali.
Immaginate cosa doveva essere, alla fine dell'Ottocento, essere un giovane torinese, che magari non aveva mai visto il mare se non in un dipinto. Oppure, un piccolo ragazzino della costa campana, abituato alle fusa rumorose del mare azzurro ed allo stridio dei gabbiani, che ignora cosa sia la neve, e come punga stringendola nel palmo della mano.
Oggi si parla di sovranità, di "prima gli italiani", di nazionalismo, dimenticando che noi fino a poco tempo fa - e forse anche adesso - siamo innanzitutto stranieri per noi stessi, da Nord a Sud. Ci spaventa l'idea di amalgamarci alle altre culture, dimenticando che, poco più di 150 anni fa, siamo stati noi stessi a doverci amalgamare, smussando le differenze spigolose che Nord e Sud si portavano appresso, residuo di diversi dominatori. Da lì, secondo me, vale la pena ripartire. Dal racconto che De Amicis ci fa di un'Italia ingenua, semplice, entusiasta di ritrovarsi unita.
Tanti gli spunti di riflessione che possiamo, volendo, ricondurre all'attualità; in uno dei primi capitoli, ad esempio, quando incontriamo un nuovo alunno, un giovane calabrese trapiantato a Torino con tutta la sua famiglia, che il maestro ci tiene ad introdurre alla classe cui è destinato con un discorso ricco di retorica, certamente, ma che non può non aprire il nostro cuore ad una serie di riflessioni:

"Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all'Italia uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo d'ingegno e di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s'accorga di essere lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola metta il piede, ci trova dei fratelli."

Mondi distanti, che si uniscono. Stranieri che cessano di esserlo, per diventare un popolo unico.
E ancora, sottolinea il maestro:

"Perchè questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come a casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anno,e  trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra di voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perchè non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra, quando passa una bandiera tricolore."


immagine tratta da "http://oradarialibera.blogspot.com"


Ora, sfrondando il discorso da tutti gli eccessi retorici, filtrandone lo stillante sentimentalismo, non restano dei concetti attualissimi? Non è amaro constatare che, centocinquant'anni dopo, continuiamo a sguazzare nel pregiudizio tra Nord e Sud? E soprattutto, adesso che il mondo si restringe e i flussi migratori aumentano, non è inevitabile vedere in quel piccolo calabrese dagli occhi scuri, spaurito di fronte alla nuova classe, uno dei tanti bambini figli di migranti?
Lungi da me innescare polemiche di stampo politico. Non è lì che voglio andare a parare. Il senso del mio post è semplicemente quello di constatare che anche un classico così antico, può e deve essere ripescato perchè, continua tra le righe a trasmettere valori e spunti per riflettere, oggi come ieri.
E in un'epoca come questa trovo potrebbe essere estremamente utile ripescare dagli scaffali dove giace ad impolverarsi un libro come questo, che con le vive parole e l'emozione di chi c'era ci sa descrivere, seppure con tanta retorica, quello che eravamo quando, come popolo, siamo nati.
Ritrovare le nostre radici, discuterne magari coi bambini, per capire insieme a loro se e come possiamo affrontare questa nuova era ritrovando in noi quell'entusiasmo un po' ingenuo e quei valori universali che hanno guidato la penna che ha scritto queste pagine.
Forse è un tantino provocatorio, me ne rendo conto. Ma i classici sono tali perchè continuano ad insegnarci cosa siamo, mostrandoci cosa eravamo.

mercoledì 9 maggio 2018

MESSAGGI IN BOTTIGLIA: Il Mago di OZ

Anche se a rilento - ahimè, negli ultimi mesi ho abbandonato a sè stesso il blog principale, figuriamoci questo - procede testardo il mio intento di sviluppare, anche se con cadenza capricciosa ed imprevedibile, questa sorta di rubrica, il cui senso vuol essere: parliamo di quei classici che andrebbero assolutamente recuperati per la modernità del messaggio che continuano a trasmetterci.
Il primo post lo dedicai alla poesia "IF", Di Kipling, splendida "eredità spirituale" in grado di fornire solide basi agli uomini di oggi come a quelli di ieri.

Stavolta, invece, ho scelto di dedicare questo spazio ad un classico universalmente noto eppure mai sufficientemente messo in luce: Il Mago di Oz di Lyman Frank Baum, al quale ho già dedicato una recensione qui.

Lyman Frank Baum, Immagine tratta da Wikipedia

La storia di Dorothy che dal Kansas viene trascinata assieme alla sua casa ed al cagnolino Toto in uno strambo universo parallelo dove con l'aiuto di tre bizzarri personaggi e di una lunga strada di mattoni gialli si mette alla ricerca del grande e potente Mago che forse saprà ricondurla a casa, è talmente nota da risultare quasi banale.
Eppure, a mio parere, c'è un aspetto che rende questa storia assolutamente straordinaria e per certi versi inconsueta rispetto alle favole - o in generale, ai racconti per ragazzi - più "tradizionali".
Già nella recensione dedicatagli su Mete D'Inchiostro ne avevo parlato, e qui voglio ripeterlo: la straordinarietà di questa storia sta nel messaggio che lancia a noi come agli uomini di un tempo, sulla necessità di trovare dentro di noi le risposte ai quesiti che cerchiamo, senza affidarci alla cialtroneria altrui.
In nessuna delle altre storie che costellano la mia infanzia letteraria c'è un messaggio tanto potente. Anzi, tutt'altro. Nelle favole di solito ci sono le fate, o i maghi, che più o meno a distanza seguono le vicende umane e che, all'occorrenza, intervengono a correggere il cammino, o a difendere il loro protetto. Qui, tutto è capovolto.
Insieme a Dorothy e ai suoi compagni di viaggio, intraprendiamo un cammino pieno di pericoli lungo la strada che ci conduce al palazzo del Grande e Potente Oz, pieni di aspettative e di speranza, perchè Lui e soltanto Lui, a quanto pare, sarà in grado di soddisfare le nostre richieste. Che non sono assolutamente richieste da poco. La piccola Dorothy vuole ritornare nel suo mondo e riabbracciare gli amati zii. Lo spaventapasseri vuole un cervello al posto della paglia che gli riempie la testa. L'uomo di latta vuole un cuore, per poter vivere le emozioni umane. E il leone, l'indimenticabile leone codardo, vuole il coraggio che dovrebbe essere caratteristica della sua specie.

 


Ma cosa accade, quando il piccolo gruppo di amici giunge alla sua meta? Scopre con disappunto e sgomento che il Grande e Potente Oz, altri non è che un impostore. Un mediocre, un piccolo ometto pavido e insicuro che si è costruito attorno un personaggio ed un palazzo per proteggere sè stesso e la sua fragile mediocrità dal mondo in cui vive, dominato da due potenti streghe che con le loro scorribande minacciano la tranquilla comunità degli abitanti di Oz.
Qui, dunque, il primo grande "Messaggio in Bottiglia" che Baum dal lontano 1900 ci lancia: attenzione, bambini, a coloro nei quali riponete le vostre speranze ed aspettative. Attenzione ad affidarvi ad occhi chiusi a chi promette di sollevarvi da ogni vostra difficoltà, di risolvere i vostri problemi, di sottrarvi alle vostre responsabilità. Attenzione, perchè non è tutto oro ciò che luccica, e perchè costui spesso non è che un'impostore, un ometto debole che si gonfia come un pallone per sembrare più grosso di quello che è, e che coltiva le vostre insicurezze per tenervi sotto controllo.
Un messaggio potente, non trovate?
E, d'altro canto, un messaggio che nella sua potenza rischia di abbaterci, come abbattuti sono i quattro protagonisti quando scoprono che, dopo tanta fatica, dopo tanti sacrifici, dopo tanti pericoli le loro speranze sono costrette a dissolversi come neve al sole.
C'è di che lasciarsi abbattere, e rinunciare. Ma qui subentra il secondo, straordinario messaggio che questo libro vuole darci. Cosa accade, infatti, quando la speranza inizia a sfumare nella disperazione, ed i quattro stanno pericolosamente incominciando a credere che mai e poi mai soddisferanno i loro desideri? Accade che, come per incanto, si rendono conto che i loro desideri li hanno già realizzati, eccome. 
Accade che guardandosi alle spalle, si rendano conto che la lunga, pericolosa strada appena percorsa li ha costretti a mettersi in gioco, a rischiare, a crescere. E, ciascuno di essi, senza nemmeno rendersene conto ha dimostrato lungo il cammino di avere già dentro di sè i mezzi per ottenere ciò che tanto ardentemente desiderava. 
Ed è così che lo Spaventapasseri si rende conto di aver dimostrato in più occasioni arguzia ed intelligenza, per mettere in salvo il gruppo di amici dai pericoli del cammino; che l'Uomo di Latta realizza che le lacrime di dolore che ha versato lungo il percorso altro non erano che una dimostrazione dell'esistenza di quel cuore che era convinto di non avere; e perfino l'inguaribile Leone Codardo, ha dimostrato di possedere il coraggio cui tanto agognava nel momento in cui affronta saldamente e a testa alta la perfida strega.
Personalmente, adoro questo aspetto della storia, adoro che in una favola, alla fine tutto si ribalti e salti fuori che non esistono maghi o incantesimi, ma solo la nostra forza interiore; e che la strada che percorriamo, gli episodi della nostra esistenza che ci mettono in crisi, le difficoltà che minacciano di abbatterci sono gli elementi che ci consentono di formare il nostro carattere.

Resta poi, certo, la questione di Dorothy e del suo rientro nel Kansas. Una questione fatta di scarpette rosse rubate alla Perfida Strega dell'Est, del bacio di una strega buona, di una semplice formula magica.
Questione in cui, inevitabilmente, un pizzico di magia può e deve intervenire: siamo pur sempre in una favola, d'altronde ^_^ 

Illustrazione di Stefano Bessoni, tratta da PINTEREST



mercoledì 1 febbraio 2017

MESSAGGI IN BOTTIGLIA - Rudjard Kipling, "Se"


Qualche tempo fa attirò la mia attenzione il titolo di un brevissimo articolo apparso sull'Huffington post, il quale recitava: "La poesia 'Se' di Kipling è l'eredità che tutti i figli dovrebbero ricevere dai propri padri.
Da tempo rimurginavo su questa frase, ripetendo che avrei dovuto dedicare un post a questo tema, ed anzi, a tutti quei classici un tantino "messi da parte" che invece meriterebbero di tornare alla ribalta per i loro valori straordnariamente attuali.
Mettiamoci poi anche il fatto che questo blog, nato come "costola"un tantino sfortunata del mio blog "Mete d'Inchiostro", avrebbe dovuto essere nelle intenzioni il luogo in cui condividere brevi citazioni e soprattutto approfondire quelle discussioni che avrebbero appesantito troppo le recensioni, ma che poi di fatto non è mai decollato, a causa di una serie di impegni e vicissitudini della mia vita privata che mi hanno tolto parecchio tempo libero, allontanandomi per un po' dalla blogosfera.
Ma ora che - a quanto pare - sono riuscita a ritagliarmi di nuovo piccoli scampoli di tempo per rintanarmi in questo mio angolo virtuale, perchè non riprendere in mano anche questo blog, dandogli finalmente vita?
Proviamo dunque a cominciare da qui: da Kipling e da una rubrichetta che avrà una qualche cadenza non ben definita (ahimè) nella quale proporrò quelli che sono - a mio modestissimo parere - i classici da recuperare, ed i messaggi senza tempo che questi ultimi contengono.

Dunque, dicevamo, Rudjard Kipling, premio Nobel per la letteratura nel 1907 per "Il Libro della Giungla", cittadino britannico nato in India nel 1865, scrittore, giornalista, viaggiatore. (Rimando a Wikipedia per i dettagli biografici)

immagine tratta da Wikipedia
Di lui ci restano straordinari romanzi d'avventura come, appunto "Il Libro della Giungla" e come "Capitani Coraggiosi"; ma ci resta anche la dolcissima, struggente "lettera al figlio" (nota universalmente come "SE"), poesia scritta nel 1895 e tutt'ora un condensato straordinario di insegnamenti.
Poesia che, concordo pienamente con Huffington Post, tutti noi dovremmo leggere e rileggere ai nostri figli.

IF
If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don't deal in lies,
Or being hated, don't give way to hating,
And yet don't look too good, nor talk too wise;

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you've spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build 'em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: "Hold on!"

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And—which is more—you'll be a Man, my son!

Cosa altro occorre aggiungere? Personalmente, la adoro, La conosco a memoria (in inglese, non so perchè ^_^) , la ripeto a me stessa nei momenti di stanchezza mentale, tutta intera o solo alcuni passaggi. Trovo che tocchi tutti gli aspetti fondamentali della vita umana:

Se saprai mantenere la testa sulle spalle, 
quando tutti perdono la loro e se la prendono con te;
 Se sai credere in te stesso quando gli altri dubitano di te,
ma prendere comunque in considerazione il loro dubbio;
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O, vittima di calunnie, non cederai anche tu alla calunnia;
O, se odiato, non lascerai spazio anche tu all'odio;
e tuttavia non ostentare mai troppa bontà o troppa saggezza;
 
Se saprai sognare - senza che il sogno diventi il tuo padrone;
E saprai pensare - senza che il pensiero diventi il tuo unico scopo;
Se saprai incontrare il Trionfo e la Sconfitta
e trattare allo stesso modo entrambi questi due impostori;
Se sarai in grado di sopportare che la verità da te pronunciata
venga dilaniata da coltelli per farne trappole per gli stolti;
O vedere le cose per cui hai dato la vita distrutte,
e fermarti a ripararle con utensili logori.
 
Se saprai fare un mucchio di tutte le tue fortune
e rimetterle in gioco in una mano di "testa o croce"
E perdere tutto, e ricominciare da capo, 
senza mai dire nulla della tua sconfitta;
Se saprai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi ed i muscoli
a servire il tuo scopo, anche quando sono da tempo esausti,
ed insistere, quando in te non c'è più nulla
eccetto la Volontà che dice loro "tenete duro!"

Se saprai parlare con le folle mantenendo la tua virtù,
e camminare con i re rimanendo te stesso;
se nè i nemici, nè gli amici più cari potranno ferirti,
se per te tutti gli uomini avranno un valore, ma nessuno ne avrà troppo;
Se sarai in grado di riempire ogni inesorabile minuto
di sessanta secondi pieni di valore,
tua sarà la Terra e tutt ciò che è sopra di essa,
e - cosa ancora più importante! - sarai un Uomo, figlio mio.
 
 
 
Da brividi. Semplicemente, il mondo sarebbe un posto diverso e migliore, se tutti noi ci attenessimo a questi pochi, solidi insegnamenti.